Quante volte avete condiviso su Facebook un link di un articolo con entusiasmo e orgoglio, la sensazione di stare dando un ottimo consiglio, di contribuire al dibattito pubblico, un po’ da eroi della cultura, insomma? E poi commenti, discussioni, consigli: il dibattito, ragazzi, il dibattito!
Bè, brutto deludervi ma in realtà probabilmente avete (abbiamo: tutti, ogni giorno, più volte al giorno) fatto esattamente l’opposto che promuovere la cultura: link dopo link, in effetti, avete contribuito a demolire il giornale i cui contenuti volevate diffondere.

Un paradosso? Certo, e di quelli apparentemente insolubili.  Il problema, come ovvio, è la capacità dei social media di contenere post e interazioni, raccogliere pubblicità, accedere ai dati degli utenti: Facebook, in altre parole, monetizza i contenuti dei giornali e non riconosce nulla agli editori. I quali, d’altronde, non potrebbero fare a meno del numero di clic che qualcuno avrà fatto sul vostro famoso link (affievolite almeno il senso di colpa): ormai circa  la metà degli utenti che atterra su pagine web arriva dai social (tutti i numeri, anche per l’Italia, nel  Digital news report di Reuters).

Un paio di numeri aiuteranno a inquadrare meglio la questione: l’anno scorso, i social e i video (cioè, segnatamente Facebook e Google) hanno assorbito circa il 47% della pubblicità online; Google, inoltre, grazie alla pubblicità search (quei link sponsorizzati che vedete in cima alla pagina quando fate una ricerca) si accaparra un altro 34% circa del mercato (dati Nielsen). I banner, invece, pesano per il 28% della torta complessiva, e sono l’unico settore in calo: per avere un’idea, mentre i social crescono del 30% all’anno e YouTube del 14%, i banner calano dell’1%.
Aggiungete che su Facebook ci sono 1,7 miliardi di persone e Google ha sostanzialmente il monopolio nelle ricerche e capirete che la faccenda è seria. Talmente tanto che gli studi e le ricerche per studiare il fenomeno abbondano: uno degli ultimi è questo lavoro del Tow center for digital journalism che mette in fila alcune cose cruciali.

  • La velocità del cambiamento e tale che Facebook e altre piattaforme sono diventate editori a tutti gli effetti (anche se non amano ammetterlo); se non cambia qualcosa, alcuni editori saranno costretti a smettere di pubblicare notizie come core business (!)
  • Il modo di fare giornalismo è profondamente influenzato dai social stessi: si producono sempre più video e altri formati ‘standardizzati’
  • Ancorché consapevoli dei paradossi, e impoveriti nella conoscenza dei propri lettori e di pubblicità, gli editori non possono rinunciare alle possibilità tecniche delle piattaforme: la capacità dei social di raggiungere persone cresce vorticosamente
  • La nuova attenzione alle bufale o fake news ha rivelato che non solo Facebook e co. sono editori, ma sono soprattutto editori il cui stesso funzionamento (l’algoritmo di cui nessuno conosce esattamente le regole) enfatizza  un giornalismo di bassa qualità, basato sulla possibilità di essere altamente condiviso: non la qualità quindi, non un giornalismo civico, bensì un approccio minima spesa-massima resa.

Ecco perché noi di FreeJourn stiamo arrivando e vogliamo provare davvero a dare un’opportunità in più.