Lo diciamo subito: lo scenario è abbastanza deprimente. Parliamo di quello delineato da Julia Cagé, che nel suo ultimo libro, Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia (Bompiani, 122 p., 2016), mette in fila i numeri della crisi delle aziende dell’informazione, con i giornali di carta che perdono diffusione (e reagiscono tagliando dipendenti: scelta, come vedremo tra poco, che da sola è una toppa destinata a strapparsi) e quelli online che non riescono a diventare redditizi nonostante costi fissi più esigui. La buona notizia è che secondo l’economista francese (che siede anche nel consiglio di amministrazione dell’agenzia di stampa Afp) una soluzione c’è; la cattiva è che si tratta di un modello che nessuno ancora ha messo in pratica. E forse è proprio per questo che vale la pena ragionarci su.

Siccome quando una malattia si prolunga nel tempo vuol dire che la cura proposta finora non ha funzionato, partiamo dall’analisi di quanto è accaduto e sta ancora accadendo. Secondo Cagé la contraddizione dell’era attuale – “l’era dell’informazione” – è che i produttori di contenuti sono andati moltiplicandosi, eppure nello stesso tempo “sono in via di estinzione”: tra testate che aprono e chiudono con la facilità di un temporary store l’effetto è un overload di informazioni nei confronti delle quali i lettori hanno perso fiducia.

Perché in risposta al calo degli introiti pubblicitari le aziende dei media hanno optato per una contrazione delle risorse, a cominciare dal personale, il che ha portato, scrive Cagé, a “un impiego solo surrettizio, e non complementare, delle nuove possibilità digitali: il tutto a danno e non a vantaggio di un contenuto informativo di qualità (sul cartaceo come sul web). Sono stati licenziati giornalisti autentici, dei veri produttori d’informazione, per essere sostituiti da informatici o da giornalisti che sono sì abili nel padroneggiare delle utilities, ma che non avranno mai l’opportunità di lasciare i loro schermi per avventurarsi davvero “sul campo”.

Qui il cane comincia a mordersi la coda: il web si aggiunge alla carta senza diventare davvero complementare con essa; nel tentativo di attirare investitori pubblicitari ci si adegua a un’informazione poco qualitativa, inseguendo il clic al link più che la notizia inedita o un suo approfondimento chiaro e completo. Google decide i contenuti delle news più di direttori e caporedattori, il che contribuisce alla perdita di credibilità delle testate.

Non sarebbe corretto, però, dire che nessuna news corporate ha investito: il Guardian, per citare l’esempio più noto, ha aperto una redazione negli Stati Uniti. Il problema, però, è che l’aumento del numero delle testate in un dato mercato non accresce necessariamente il numero dei lettori ma, anzi, finisce per farlo diminuire. E’ un effetto negativo della concorrenza che si verifica quando questa non si accompagna a un’offerta diversificata, a una proposta diversa di contenuti e formule, ma si propone a lettori con preferenze omogenee. Detto con le parole dell’autrice: “Se su un dato mercato tutti i consumatori manifestano esattamente lo stesso interesse per l’informazione e sono pronti a pagare esattamente lo stesso prezzo per un giornale, allora l’avvento di un nuovo giornale non comporterà l’avvento di nuovi lettori. I lettori esistenti si ripartiranno tra le due testate (la vecchia e la nuova) e ciascun giornale avrà pertanto minor diffusione”.

Non solo. Cagé fa notare che “analizzando il contenuto integrale dei giornali d’epoca recente si rileva che la presenza di un maggior numero di giornali sul mercato si abbina a quella di un minor numero di articoli pubblicati da ciascun giornale, nonché alla diminuzione della componente informativa nei temi trattati“. Cioè: alcuni media hanno investito nella massimizzazione della propria presenza in un mercato (il cosiddetto consolidamento), ma non sulla qualità, che costa di più delle dimensioni e non coincide necessariamente con queste. Risultato? Troppe informazioni, nessuna informazione. Da notare, a questo proposito, un altro dato rilevato dall’economista nel suo Paese, ma che a occhio si può estendere anche dentro i confini italiani: “L’uscita di un nuovo giornale – e il calo dell’informazione prodotta da essa provocato – comporta un calo nella partecipazione politica alle elezioni municipali. Lo storico crollo di partecipazione verificatosi negli ultimi decenni è stato significativamente più marcato nei dipartimenti in cui la concorrenza era più forte”. I cittadini informati peggio si fidano di meno di quello che leggono, le notizie perdono attendibilità (vedi alla voce fake news) e un cittadino meno informato è un cittadino meno partecipe. Così, osserva Cagé, non ci rimette solo l’industria dei media, ci rimette la democrazia.

Superare tutto questo, sostiene Cagé, dipende essenzialmente dal modello economico. Il mondo dei media non è riuscito, finora, a trovare quello vincente. Nemmeno i giornali online, che non hanno costi di stampa e distribuzione, riescono a vivere della pubblicità, e quando offrono i contenuti gratis finiscono per fare concorrenza interna alla versione cartacea, quando esiste. L’inglese Independent ha optato per la sola versione online dallo scorso marzo, e il tempo dirà se funziona; per ora l’unico modello che pare offrire un margine di speranza (cioè di guadagno) è quello del paywall, che però nella sua fare iniziale comporta sempre la perdita di una parte dei lettori e quindi un calo dei profitti pubblicitari. Roba che forse si può permettere la New York Times Company, non qualunque azienda editoriale.

Come fare, allora? Dentro la più ampia categoria dell’industria della conoscenza – di cui fanno parte anche l’arte, l’editoria libraria, l’istruzione e i centri di ricerca, l’architettura, il cinema – i giornali sono un piccolo segmento, che ha  scelto quasi sempre la forma della società per azioni. Altre imprese dell’economia della conoscenza,  fa notare l’autrice, hanno scelto diverse configurazioni economico-giuridiche: le grandi università private americane – Harvard, Yale, Princeton – sono fondazioni, il che non impedisce loro (anzi, semmai le facilita) di muovere ingenti capitali. La proposta dell’economista per salvare i media è seguire un modello simile a questi atenei Usa, dando alle aziende di news un diverso status economico-giuridico, quello di un’associazione a metà strada tra la fondazione e la società per azioni. Una strada che da un lato cambierebbe la governance , garantendo indipendenza, dall’altro assicurerebbe meccanismi di finanziamento più facili, grazie a sgravi fiscali simili a quelli previsti per la beneficenza. Il sistema, secondo Cagé, avrebbe il pregio di limitare il potere decisionale dei grandi azionisti, favorendo invece l’azionariato di giornalisti e soprattutto dei lettori. I quali, in questo modo, recupererebbero voglia di partecipare e fiducia. Una forma giuridica del genere per ora non è codificata. Ma è chiaro che i meccanismi di prima non funzionano più, e forse la soluzione sta proprio nei modelli ibridi.