Capita talvolta di leggere qualche notizia confortante per il futuro dei giornali e dell’informazione, e vale la pena raccontarla anche se non riguarda noi di FreeJourn.

Succede che il Washington Post, colosso dell’informazione americana acquistato nel 2013 da Jeff Bezos con grandi timori sulla sua tenuta e sulla sua libertà, non solo ha fatto molto bene in questo 2016, ma addirittura annuncia assunzioni: quasi un unicum nel panorama della carta stampata, anche internazionale.

Un articolo di Politico racconta che sono previsti 60 nuovi giornalisti, che si occuperanno di video e che sono pari all’8% della redazione. Ed è questo numero, l’8%, che alle nostre latitudini lascia bocca aperta: in totale,  infatti, al WaPo lavorano 750 giornalisti, mentre al NyTimes sono 1.307, al Wsj 1.500 e ad Usa Today 450 (buffo: in quest’elenco suonano quasi come pochi).

C’è insomma una differenza abissale con i numeri del giornalismo italiano, anche negli anni delle redazioni ipertrofiche, della pubblicità con cui infarcire qualsiasi allegato, delle assunzioni facili. Una differenza che si spiega in parte con la capacità dei media anglosassoni di rivolgersi a platee molto più ampie – miliardi di persone, potenzialmente – e di contare su un sistema di business parzialmente diverso, ma anche con una certa attitudine al lavoro lungo, approfondito, che richiede risorse e spostamenti e ha veramente l’ambizione di pesare, non foss’altro che sul bagaglio di conoscenze di chi legge.

Può far sorridere, ma lo spirito con cui FreeJourn è stato pensato è proprio questo: accendere i riflettori su parti di mondo lontane, raccontate da chi le conosce realmente e non viene spedito lì due giorni per “trovare qualcosa”; spiegare l’Italia, le storie che attraversano il Paese, piccole e grandi; dare l’opportunità ai molti che difficilmente arriveranno mai al Washington Post o  al NYTimes – e non per forza per demeriti – di non perdere la spinta e sentirsi parte di una rete e di un gruppo.
Senza snobismi, senza elitarismi, col piacere dell’inclusività e la speranza dell’incisività.

Il giornalismo è fatto di storie, di persone e dei mezzi di cui dispongono per cercarle e per raccontarle. Il nostro obiettivo è tentare di mettere insieme le tre cose: perché se le risorse sono limitate, i lettori e i contributor non lo sono affatto.