È possibile creare un nuovo modello di business per il giornalismo?
Se lo chiedono in tanti, da tempo, soprattutto all’estero. Una delle ultime proposte, ad esempio, arriva dall’economista francese Julia Cagé. In Italia, purtroppo, si discute di giurie popolari più che dello spazio per un giornalismo indipendente. Il tema ci interessa fortemente, visto che l’ambizione di FreeJourn è di modificare i rapporti tra reporter, pubblico e editori, anche sul fronte più difficile: quello della sostenibilità economica.
Fin dall’inizio abbiamo deciso di scommettere sul crowdfunding, sulla possibilità dunque che il pubblico diventi editore, oltre che fonte di spunti e controparte del lavoro giornalistico. Ma nel percorso ci siamo fatti tante domande, che possono sembrare dettagli ma che in realtà sono importanti. Ha senso essere alternativi alle redazioni o è meglio fare in modo che i media tradizionali diano spazio al lavoro che i freelance fanno fuori, creando ponti? I progetti finanziati dalla community di Freejourn possono essere pubblicati da testate tradizionali? Il pubblico può lanciare progetti di inchiesta o l’iniziativa va lasciata a i professionisti?

La nostra idea è mettere insieme uno spettro diversificato di forme di finanziamento, che non sostituisca completamente gli editori tradizionali, ma li affianchi ad altri “media partner” e agli stessi lettori che possono finanziare progetti oltre che proporli. Una contaminazione, insomma, tra quello che c’è e quello che potrebbe essere.  Che non sia né sciovinistica, né rinunci a sperimentare, soprattutto che sia praticabile.
Per questo abbiamo deciso di creare un sistema di crowdfunding il più flessibile possibile con l’obiettivo di innescare un circolo virtuoso che avvantaggi tutti. Abbiamo ‘disegnato’ una piattaforma che possa mettere insieme nuove e vecchie forme di rapporti tra committenti e giornalisti, senza che entrino in conflitto tra loro, ma anzi facendo in modo che le une si affianchino alle altre creando valore aggiunto.

In concreto significa che su FreeJourn potranno essere finanziate proposte lanciate da freelance e anche commissionati progetti da media partner esterni  – editori tradizionali ma anche organizzazioni non governative che fanno inchieste sul campo, per esempio.
I progetti lanciati dai freelance possono essere finanziati da fondazioni non profit, che tramite FreeJourn possono sostenere il giornalismo indipendente e dai lettori. Ma anche i media partner possono visualizzare i progetti dei reporter e scegliere di sostenerli: se lo fanno acquisiscono il diritto di pubblicarli in anteprima.
I freelance che propongono un’inchiesta o un reportage fissano una soglia minima che li impegna alla realizzazione del progetto, ma che tutela anche la qualità del loro lavoro. Anche i lettori possono proporre progetti, ma saranno poi i giornalisti con la loro professionalità a focalizzarne il contenuto e a proporne un possibile sviluppo, magari spiegando le motivazioni delle loro scelte, in un dialogo che consideriamo fruttuoso.

I progetti proposti dai freelance possono essere pubblicati (e quindi venduti) anche su altre testate, a patto che prima vengano pubblicati per la community e che accanto al pezzo pubblicato compaia la sigla di FreeJourn, a significare che quell’inchiesta è il frutto del sostegno dei suoi lettori. Non nascondiamo la speranza che quel ‘marchio’ possa diventare il sinonimo di prodotti giornalistici di qualità e che rispondono proprio al pubblico, un modello che cresca nel tempo e guadagni spazio.