Quanti articoli avete letto sul precariato? Quante inchieste avete guardato sui freelance malpagati, sui cervelli fatti scappare, sui talenti sfruttati, repressi, calpestati, odiati, come cantava qualcuno?
Eppure i giornalisti come categoria vivono loro malgrado in una sottile ipocrisia: raccontano, sottolineano, svelano le cattive condizioni di lavoro degli altri, ma stando all’interno di un mondo – quello dell’editoria – che vive in parte, ma non una piccola parte – proprio su quel lavoro malpagato, sfruttato, calpestato.

Certo, va detto per chiarezza: l’editoria è travolta da una valanga che pare inarrestabile. Il modello di business – basato sulla pubblicità – che aveva retto il sistema per 30 anni almeno è crollato con l’avvento di Internet. Le vendite dei quotidiani sono precipitate. I social network erodono contatti, advertising e fidelizzazione. Il problema è sistemico, e a farne le spese sono i giornalisti o coloro che vorrebbero diventarlo: da cui, peraltro, il nostro insistere su modelli alternativi come FreeJourn.

Nel frattempo, però, si assiste a situazioni non sempre semplici da decodificare. L’ultimo esempio è la straziante lettera di Michele pubblicata dal Messaggero Veneto: un documento toccante e delicatissimo da trattare,  di un trentenne che ha scelto di suicidarsi, di dire basta a una vita che vedeva come una lunga serie di porte in faccia. Di fronte a quel messaggio, che non può aver lasciato nessuno indifferente, qualcuno ha però avuto il coraggio di dire quello che non si osa dire. E cioè che il giornale che lo aveva pubblicato, dandovi giustamente risonanza, nutre esattamente l’ingranaggio asfissiante denunciato da Michele.

Alcuni giornalisti collaboratori iscritti all’Assostampa Friuli Venezia Giulia, il sindacato dei cronisti della regione Friuli, hanno scritto una lettera aperta per spiegare come il titolo e il sommario del Messaggero veneto – «Perché stanco del precariato e di una vita fatta di rifiuti», «Il suo grido simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni» – dessero risalto alla questione del precariato «spargendo purtroppo molte lacrime di coccodrillo con assai poca coerenza, pontificando bene e razzolando malissimo».  Anche un altro quotidiano del gruppo Finegil, Il Piccolo, appena una settimana prima aveva pubblicato un articolo dal titolo: «Avere stabilità sarebbe un sogno – Viaggio tra i nuovi schiavi dell’occupazione fra speranze e disillusioni». Secondo i colleghi altre lacrime di coccodrillo:

«…entrambe le testate si riempiano la bocca di indignazione per i drammi altrui, dimenticando totalmente i vergognosi trattamenti riservati ai propri, di lavoratori precari: collaboratori che quotidianamente da anni, a volte anche decine di anni, contribuiscono ogni giorno – domeniche e festività comprese – a realizzare il prodotto finito che si trova nelle edicole, venendo pagati con una media che oscilla tra i 5 ed i 10 euro LORDI ad articolo, ed una busta paga che solo in rari casi tocca i 900 euro al mese, senza indennità di malattia, né ferie retribuite, né tredicesime né bonus alcuno. Giornalisti che ogni mese fanno fatica a sbarcare il lunario, schiavi della precarietà e senza alcuna prospettiva riguardo al proprio futuro, ma che con professionalità assicurano ugualmente il loro impegno a servizio del lettore. ci riempiamo solo la bocca di tante belle parole e molta, moltissima ipocrisia? In ballo ci sono la pelle ed il futuro di un’intera generazione di giovani giornalisti precari – per citare l’incipit del Messaggero Veneto alla lettera di Michele – «tradita» da chi sta «lasciandola senza prospettive».

C’è poco da aggiungere a questa denuncia. Se non che non si tratta di casi isolati, ma di un fenomeno diffuso, in gruppi editoriali di ogni latitudine,  e a cui, statene certi, non verrà mai dedicata una copertina.