Ormai lo ripetono tutti: il giornalismo deve cambiare. Ma come? Quando capita di sentire chi i giornali li legge, che siano di carta o in digitale, la risposta suona sempre molto simile: serve un’informazione che ricostruisca il contesto, che dia strumenti di comprensione anche a chi non ha seguito i singoli eventi, che accompagni il lettore a capire la totalità della vicenda, andando oltre il fatto sul quale si accapigliano i protagonisti della politica egli addetti ai lavori. Insomma, servirebbe un’informazione capace di raccogliere i fatti in un racconto più ampio e comprensibile.

È un nodo, questo della necessità di mettere insieme e collegare, di approfondire e rendere chiaro lo scenario, di cui i giornalisti sono sempre più consapevoli. Ad esempio, Ron Winjberg, fondatore e direttore di De Correspondent, sito olandese nato nel 2013 da una sorprendente campagna di crowdfunding, l’ha inserito tra le quattro soluzioni per far tornare il giornalismo a essere uno strumento al servizio della democrazia.
Winjberg ha scritto che nell’era di Trump, della post verità etc. etc., i giornali dovrebbero abbandonare alcuni dei loro dogmi tradizionali: il modello di business dovrebbe basarsi sempre di più su abbonati e sottoscrittori, in modo da rinconciliare l’informazione con la sua natura di fondo, cioè essere un servizio di pubblica utilità. E poi bisognerebbe anche smetterla di pensare il sistema dell’informazione come un mercato basato sulla concorrenza aggressiva : “I media locali, regionali, nazionali devono unire le forze per essere in grado di mettere insieme un puzzle complesso.  Nessun giornalista o redazione può farlo da solo.”

Ancora, servirebbe mettere da parte il Sacro Graal della neutralità e lavorare “come gli storici”, rendendo esplicite le proprie ipotesi, argomentate e fondate su dati e fonti, per collegare appunto i pezzi del puzzle.
Soprattutto, spiega,  bisogna cambiare i format. Abbandonare i generi tradizionali: le notizie “spot”, gli editoriali e quel mix di ‘confezioni’ giornalistiche che attualmente fanno dell’informazione un sistema frammentato. E qui veniamo al punto: “Invece di relazioni separate di singoli eventi, abbiamo bisogno di pensare in termini di un processo di documentazione”, scrive Winjberg, “Solo in questo modo possiamo veramente costruire una difesa contro le accuse di parzialità e il sensazionalismo”.
La proposta, insomma, è quella di passare, grazie anche alle opportunità del digitale, da un’informazione incidentale all’indagine strutturale, ripercorrendo con le dovute differenze quello che è successo proprio negli studi storici quando a un certo punto alla storia degli eventi, tutta focalizzata sui protagonisti eccezionali, si è passato all’indagine sociale ed economica di medio o lungo periodo.

Con FreeJourn vogliamo essere della partita. La piattaforma che stiamo costruendo – siamo quasi alla fine della realizzazione tecnica – offre l’opportunità di elaborare progetti di ampio respiro, non legati al singolo avvenimento, anche perché i tempi del crowdfunding difficilmente lo permetterebbero,  e promuove la cooperazione tra giornalisti e la ricerca sul campo, il dialogo basato sui temi e i territori di indagine. Ci proviamo, insomma, e diamo il nostro piccolo contributo alla sfida ormai evidente di costruire un giornalismo differente. Speriamo che la nostra scommessa possa invogliare altri a partecipare: se avete voglia di saperne di più potete scriverci a team@freejourn.com