In Italia l’interazione tra lettori e giornalisti è quasi sempre sbilanciata a favore dei secondi. Nei programmi televisivi, anche quelli più votati all’approfondimento, il modello è sostanzialmente passivo (dall’altra parte dello schermo ci sono, appunto, “spettatori”) e il massimo dello scambio si traduce in qualche tweet che, se va bene, viene letto in diretta (ma quanti di questi sono commenti più o meno rabbiosi e quanti, invece, vere domande, frutto di autentica curiosità?).
Negli ultimi anni i siti web dei principali quotidiani e alcune testate giornalistiche online hanno iniziato a organizzare momenti di diretta web e live chat, che in genere prevedono uno o più giornalisti a condurre, un ospite che commenta e analizza un determinato fatto, mentre al pubblico viene data la possibilità di intervenire ponendo delle domande. Ma si tratta sempre di eventi occasionali, inseriti in finestre temporali definite e circoscritti nell’argomento.

Una settimana fa, invece, il Washington Post ha creato su Facebook un gruppo che si chiama PostThis: al momento in cui scriviamo, le 19:00 di giovedì 23 marzo, conta 1.165 membri approvati (il gruppo, ha spiegato NiemanLab, è infatti chiuso per consentire ai moderatori di mantenere un controllo minimo, ma tendenzialmente le richieste vengono approvate: abbiamo provato e la conferma ci è arrivata una decina di minuti dopo). Non è un gruppo per soli abbonati, e si differenzia dalle altre pagine che il Washington Post ha su Facebook: non è un aggregatore dei contenuti del giornale, ma una comunità nata per il dialogo.

L’idea nasce dall’esperienza: quando il reporter David Fahrenthold ha cominciato a indagare sulla fondazione di Donald Trump, pubblicando i dettagli delle sue ricerche sul suo account Twitter, ha guadagnato sempre più follower nel corso dei mesi e a un certo punto sono stati proprio loro a segnalargli nomi di enti benefici, link e piste da seguire: informazioni e suggerimenti preziosi grazie ai quali il giornalista ha scoperto che il presidente aveva usato i soldi dell’organizzazione filantropica per scopi personali.

PostThis raccoglie un pubblico interessato a questo tipo di vicende, è un angolo in mezzo alle chiacchiere in cui i lettori possono costantemente interagire con il giornalista: ponendo domande sul lavoro da lui svolto, chiedendo approfondimenti, ma anche fornendo informazioni, esattamente come successo con Fahrenthold. Perché vi raccontiamo questa storia? Perché è interessante, innanzitutto. E poi perché è l’esempio perfetto di ciò in cui anche noi di FreeJourn crediamo: chi è interessato a un certo tipo di racconto preciso, approfondito, non frettoloso (l’inchiesta di Fahrenthold è andata avanti per quasi un anno) può e deve avere un dialogo vero con chi quel racconto lo realizza.
Per questo il sito di FreeJourn (online a giugno, stay tuned!) sarà anche un modo per dare spazio a voi lettori, per farci tutte le domande che volete e segnalarci vicende, temi, storie su cui vorreste che si facesse luce, o che, semplicemente, non trovate sui media mainstream.