Pochi giorni fa la Cuny Graduate School of Journalism di New York ha annunciato un’iniziativa sull’integrità delle news per “accrescere la fiducia nei confronti del giornalismo”. In cosa consiste? Molto in sintesi, nel post del sito si parla in modo abbastanza generico della nascita di un consorzio finanziato con 14 milioni di dollari e composto da leader dell’industria tech (tra questi c’è Facebook, che da tempo assieme ad altri colossi del web rappresenta per l’industria delle news un rompicapo micidiale), istituzioni accademiche, fondazioni e organizzazioni no profit. L’obiettivo dichiarato è “aiutare le persone a farsi dei giudizi informati sulle notizie che leggono e condividono”. Ma non si capisce bene come, nel concreto.

Anni fa, quando i grandi quotidiani si dotavano di versioni web, i primi giornali solo online cominciavano a nascere, il mondo della Rete si popolava di blog che scrivevano di tutto e su tutto, si è cominciato a discutere anche del problema della credibilità dell’informazione. E una delle risposte che si usava dare era che una notizia poteva essere ritenuta attendibile quando veniva rilanciata da un sufficiente numero di altri siti. Si pensava –  e forse allora un fondo di verità c’era – che il fatto di linkare il lavoro altrui presupponesse un minimo di fact checking, una verifica almeno di base. Oggi sappiamo che questo non avviene: ci sono studi che hanno dimostrato come la maggior parte delle persone retwitti e condivida su Facebook gli articoli dopo aver letto semplicemente poche righe quando non addirittura il solo titolo. E questo tipo di diffusione iperveloce, spesso compulsiva, è la forza d’inerzia che consente la circolazione per giorni, sovente anche con massiccio successo di pubblico, di bufale e fake news, spesso sapientemente confezionate per sembrare vere e magari spostare il lettore verso una certa collocazione ideologica.

Uno studio del National Bureau of Economic Research dedicato a Social Media and Fake News in the 2106 Election ci dice che tra le notizie false circolate nei tre mesi prima del voto statunitense quelle che favorivano Donald Trump sono state condivise 30 milioni di volte su Facebook, mentre quelle che favorivano Hillary Clinton 8 milioni di volte. E anche che la metà delle persone che ricordavano di essere incappate in fake news hanno dichiarato di avervi creduto. Oggi, insomma, la diffusione non ha proprio nulla a che vedere con l’attendibilità. 

Allora come si fa a sapere che quanto leggiamo è vero? Qualcuno, magari, ha gli strumenti culturali per non cascarci. Ma la verità è che sarebbe compito dei giornalisti fare da filtro. E non solo. Noi di FreeJourn pensiamo serva di più. Le elezioni americane, tra le tante cose, sono la prova anche di questo: i giornalisti erano tutti incollati davanti allo schermo a studiare i Big Data, pochi a parlare tra le persone – la famosa “America profonda” – per capire cosa queste pensassero davvero. Forse, se i giornalisti lo avessero fatto di più, avrebbero “toppato” meno.

Ecco, questo è il motivo per cui FreeJourn vuole invertire la rotta, riportare i giornalisti sul campo, ad ascoltare e fare domande, più che sentenziare e dare risposte (spesso fragorosamente smentite dai fatti). A fare i reporter, cioè riportare i fatti che vedono, che conoscono, di cui forniscono un racconto fatto di parole, immagini e voci raccolte in presa diretta. Giornalisti che siano il medium tra i fatti e il pubblico. Perché in mezzo a tutti questi link, c’è un pubblico che non trova risposte alla sua voglia di reale, più che di virtuale.