L’argomento è tornato di attualità da un paio di giorni, dopo che il 10 maggio è stato finalmente approvato in Senato il cosiddetto Jobs act delle Partite Iva, lo Statuto del lavoro autonomo. Non ci dilunghiamo sui contenuti – tra cui alcune forme di tutela contro i ritardati pagamenti e gli incentivi alla formazione continua attraverso deduzioni fiscali – già abbastanza coperti dai giornali.

Ma sul significato del progetto normativo, molto atteso da un mondo – quello dei freelance, appunto – che contribuisce a muovere l’economia del Paese ma ha spesso poca voce politica. La prima bozza cominciò a circolare nell’autunno del 2015, arrivò in commissione Lavoro a palazzo Madama a inizio 2016 e alla fine dello scorso anno fu trasmesso alla Camera. L’approvazione in Senato in seconda lettura ha chiuso il cerchio.

Tra le ragioni per cui la quadra della materia si è rivelata complessa è che quando si parla di autonomi si ingloba in una sola – e, almeno finora, spesso vaga – parola un universo eterogeneo di persone. Vi rientrano  lavoratori che appartengono a un ordine professionale (ciascuno con regole proprie, che non vuol dire per forza tutele maggiori: provate a chiedere a un praticante avvocato),  piccoli imprenditori, professionisti che hanno un committente solo (e quanti tra questi sono autonomi per davvero?) e altri che invece ne hanno tanti, tutti coloro che hanno contratti parasubordinati come quello a progetto, compresi i lavoratori della platform economy, come i fattorini che consegnano cibo e prodotti, da Foodora ad Amazon.

Arduo, quindi, arrivare alla definizione di un’identità (il che spiega anche il balletto di numeri che di solito si aggira attorno a questo mondo: oscillano tra un milione e mezzo a oltre 4 milioni a seconda che si includano o meno, per esempio, i collaboratori a progetto, i finti autonomi che hanno un solo committente, i non professionisti). Per questo Acta, l’associazione italiana dei liberi professionisti autonomi, che è stata parte attiva ai tavoli ministeriali da cui il ddl ha preso forma e che è anche partner di FreeJourn, ha lanciato un sondaggio: l’indagine i-Wire sui freelance a livello europeo. Un modo per capire, dalla viva voce dei freelance, come vivono, quanti di loro si trovano in questa situazione per scelta e quanti per mancanza di reali alternative, ma anche come affrontano le difficoltà connesse all’essere parte di questo universo fluido.

Il questionario è aperto sul sito di Acta a tutti i freelance d’Europa: a chi lavora con partita Iva e a chi con cessione del diritto d’autore, a chi ha un contratto di collaborazione e a chi campa di contratti occasionali; a quanti hanno un’attività indipendente, anche in aggiunta a contratti subordinati – magari, come avviene sempre più spesso, legati a un singolo progetto. L’indagine durerà sei mesi, l’obiettivo finale dichiarato è tracciare una mappa il più possibile completa.

Abbiamo scelto di segnalarvela perché il mondo dell’informazione è sempre più popolato da freelance, e considerando la costante riduzione di personale nelle redazioni e la curva discendente degli investimenti pubblicitari non serve avere la palla di vetro per sapere che negli anni a venire sarà sempre di più così. Partecipare al sondaggio di Acta impegna meno di un quarto d’ora del vostro tempo, e forse serve a capire di più i bisogni (e il futuro) anche dei liberi professionisti delle news.